Nov 24, 2021
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Io non sono (solo) il mio lavoro

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E anche se ho più di 30 anni non voglio sentirmi sbagliata per questoAlle persone più vicine a me è sembrato strano che io non abbia pianto dopo aver finito la serie di Zerocalcare, nonostante l’abbia trovata struggente e aderente a quello con cui ci confrontiamo ogni giorno noi over 30. O almeno noi che…

E anche se ho più di 30 anni non voglio sentirmi sbagliata per questoAlle persone più vicine a me è sembrato strano che io non abbia pianto dopo aver finito la serie di Zerocalcare, nonostante l’abbia trovata struggente e aderente a quello con cui ci confrontiamo ogni giorno noi over 30. O almeno noi che facciamo parte di quella maggioranza di over 30 di cui forse si parla poco, quelli nella media, senza particolari talenti che li facciano finire nelle classifiche di Forbes, quelli con un mestiere precario che spesso è un ripiego a sogni a cui sono stati costretti a rinunciare, con mutui che non riescono a permettersi, cuori a pezzi e situazioni sentimentali catastrofiche, salute mentale in bilico, genitori che non li capiscono, il tutto mentre i preadolescenti si divorano il mondo con le loro abilities (l’anglicismo non è a caso) e diventano i nostri dirigenti e datori di lavoro.Ma il fatto che non abbia pianto dopo aver visto Strappare lungo i bordi non dovrebbe sorprendermi, perché in questo 2021 mi sono successe cose che non avrei mai immaginato. Doveva essere l’anno del «ci riprendiamo tutto quello che è nostro», e infatti ci siamo ripresi tutto, alcuni si sono perfino ripresi il Covid una seconda volta, che il bastardo mica se n’è andato, anche se stiamo giocando a nasconderlo sotto il tappeto. Ho smesso totalmente di lavorare dallo scorso 1 agosto, ecco una delle cose inimmaginabili di quest’anno. (Per chi si fosse perso le puntate precedenti: il giornale per cui lavoro, – con regolare contratto, non un dettaglio trascurabile – La Gazzetta del Mezzogiorno, ha sospeso le pubblicazioni in piena property. Ricominceremo, sembra molto presto. Ma non siamo ancora tornati – gli altri giornali che trovate in edicola sono, appunto, altri). E quando dico che ho smesso totalmente di lavorare non significa che ho fatto altri lavoretti, che ho collaborato con altre testate, che ne ho approfittato per scrivere quel libro che ho in cantiere nella testa da due decenni. Significa che ho fatto esattamente ciò che forse un vero giornalista non farebbe mai: non ho scritto neanche una riga. È come se quella strada tratteggiata lungo i bordi di cui tanto bene parla Zerocalcare, si fosse improvvisamente interrotta con un taglio netto, e io avessi premuto un enorme pulsante «Pausa» (questo con le due barre verticali ⏸), e mi fossi fermata inerme advert aspettare che la vita mi piovesse addosso, come aveva sempre fatto. Il tutto mentre ti ritrovi con 14€ sul conto corrente, nonostante un contratto a tempo indeterminato, perché la cassa integrazione di agosto arriva a advantageous novembre, e ti senti in colpa, sbagliata, pur sapendo che sei solo vittima di questa situazione più grande di te, ma non puoi fare a meno di rimproverarti perché avresti potuto fare di più, dare di più, essere di più, perché hai più di 30 anni e il mondo da te si aspetta sempre di più.Ha aleggiato su di me in questi mesi quel consiglio (?) che mi fu dato, «non raccontare i fatti tuoi sui social», che la mia proverbiale insicurezza ha interpretato come «rinchiuditi nella tua stanza e non farti vedere né sentire finché non riprendi in mano il tuo lavoro, quindi la tua vita, perché è ciò che ti caratterizza in questa società, e se non ce l’hai non sei niente», e l’avrei interpretato proprio alla lettera se non fosse che tra le cose inimmaginabili di quest’anno è arrivata anche una persona nella mia vita che ha rappresentato l’unico punto di stabilità grazie a cui non ho totalmente sbarellato. Però poi ho visto ‘sta serie di Zerocalcare (la cogliete l’influenza romana?) e mi sono arrabbiata, ovviamente sempre con me stessa (con gli altri mi arrabbio troppo poco).È possibile che a 33 anni mi debba sentire in colpa perché per la mia generazione vivere in questo mondo è difficile? Perché per la società di oggi sei quello che fai, e non sei quello che sei? Perché – da ben nota astemia – non ho bevuto per un mese la coca-cola solo per dimostrare a me stessa che ero ancora capace di portare a termine un obiettivo, e per potermi dire «brava» visto che non sappiamo stare senza obiettivi?Sono stata una workaholic, forse lo sarò ancora quando ricomincerò a lavorare, come tanti miei coetanei ho dedicato tutta la vita al lavoro: sottopagata, domeniche e festivi free of charge a sgobbare senza fiatare, perfino pagare di tasca mia pur di fare quelle esperienze che potessero aiutarmi a raggiungere il sogno di fare la professione che volevo, la giornalista. E mi sento privilegiata per averlo raggiunto questo traguardo, a differenza dei tanti coetanei che hanno abbandonato i loro sogni. E anche a differenza di quelli che sono arrivati in cima alla piramide, che vivono appagati e si sentono realizzati: esistono, ma oggi non sto parlando di loro. Oggi sto parlando di questi quasi sei mesi in cui non ho lavorato e mi sono sentita sbagliata, imperfetta, giudicata, rimproverata quotidianamente da me stessa per non aver «prodotto», per non aver «fatturato», per essermi vergognata di salutare persone per strada per paura che potessero chiedermi «Come va?» e io che non so mentire avrei dovuto dire loro la verità. Sono arrabbiata perché non è giusto che il mio posto nella società sia stabilito solo dal mio lavoro, perché io non sono solo il mio lavoro. E se la strada tratteggiata lungo i bordi della serie Netflix si interrompe per un po’, non voglio più sentirmi sbagliata.Questo cortocircuito nelle teste di noi over 30 è più frequente di quanto immaginiate, perché se il tempo passa e ci sembra di rimanere fermi mentre il mondo va avanti ce ne accorgiamo pure noi. Ma di chi è la colpa? Della società? Del internet? Delle generazioni precedenti? Di quelle future? Di tutte queste cose insieme? Non ho una risposta a questa domanda. Io so solo che non avrei potuto viverli diversamente questi mesi. Che ci sono stati giorni in cui non sono riuscita advert alzarmi dal letto, giorni in cui ho riso a crepapelle accantonando i pensieri per un po’, giorni in cui afflitta dai sensi di colpa ho provato a mettermi davanti al foglio bianco, che per 33 anni è stato il mio migliore amico, e non sono riuscita a scrivere mezza parola. Giorni in cui la voce nella mia testa ripeteva una sola frase: «Non stai lavorando quindi hai fallito». Ma non avrei potuto vivere questo tempo in altro modo se non così. Ho schivato la vita, proprio come Zero, non sono riuscita a (ri)portarla nella direzione che aveva. Forse la sua direzione futura non sarà quella, non ho la sfera di cristallo. Sono stata debole.Ma quest’anno come non mai ho imparato che le debolezze non vanno demonizzate, come la società dei sorrisi smaglianti, dei corpi perfetti e del grande successo ci impone. Le debolezze le abbiamo tutti, e non vanno più nascoste, ma accompagnate, comprese, accettate come tutte le cose del mondo. La grande debolezza che noi over 30 non riusciamo advert accettare è il fatto che siamo adulti. Non solo giovani, siamo adulti. E se non ci sentiamo all’altezza della nostra vita da adulti, non è colpa nostra. Non abbiamo un manuale di istruzioni. Improvvisiamo.E allora forse per raggiungere un po’ di equilibrio, la cosa che per me si avvicina di più alla felicità, dovremmo solo cercare di viverla questa vita, nella maniera più dignitosa possibile. Senza cercare altri modi di vivere, solo il nostro. Quello che oggi, dopo quasi sei mesi, ha deciso che dovessi superarla la mia grande debolezza, e scrivere queste righe, le prime dallo scorso 1 agosto. Non so quando arriveranno le prossime. Ma intanto è un passo avanti..

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